Mercoledì 21 Agosto 2019
Maratona di Reggio Emilia 2014 PDF Stampa E-mail
Domenica 14 Dicembre 2014 13:50


 

REGGIO NELL’EMILIA

Doveva essere la mia corsa ed alla fine lo è stata. Dopo la maratona di Milano ho iniziato ad accarezzare un sogno che ancora adesso mi sembra impossibile per uno che corre solo perché il semplice gesto di correre è bello: scendere sotto le tre ore.

La difficoltà non è togliere quattro secondi al chilometro che mi mancano dalla mia ultima preparazione; la difficoltà risiede nell’approccio mentale che devi prima accettare, e poi vivere giorno dopo giorno per le dodici settimane che ti portano a correre una maratona.

Durante una maratona non si può inventare niente, ogni azzardo lo si paga caro, una partenza troppo veloce significherà sicuramente sbattere contro il muro, esaurire le forze; viceversa perdere tempo in partenza, anche pochi secondi, significa essere costretti a dei recuperi che spesso si rivelano impossibili. Consapevole di questo e determinato nell’obbiettivo che sapevo essere alla mia portata, ho iniziato gli allenamenti convogliando tutte le forze e le speranze che avevo in questo piccolo-grande sogno. Un piccolo appiglio per andare avanti piano piano, e tante volte ho pensato di non riuscire a farcela da solo. Alla fine la corsa è una delle poche cose in cui puoi contare solo su te stesso, dove i fattori esterni contano, ma molte volte non sono fondamentali, possono influire ma non in modo decisivo.

Inizio la preparazione, una primavera corsa alla ricerca di un ritmo tranquillo che mi permettesse di ricaricare le energie spese a Milano e poi, progressivamente, ho pensato solo a migliorare la velocità, poco alla volta, senza fretta. Un estate ed un autunno fatti di sacrifici, di risultati, di tante corse, alcune nuove alcune meno. Un anno di nuovi amici, di nuovi compagni, di nuove sfide. E tante persone che mi sono state vicino, chi per curiosità, chi per sfinimento, chi per passione, chi per dovere. Ed oggi, le ho ritrovate tutte lungo quei quarantadue chilometri che mi hanno diviso dall’inizio alla fine di questa Maratona di Reggio Emilia.

La settimana prima della gara è segnata da una grande concentrazione, silenzio e determinazione prendono il posto delle corse che fino a ieri scandivano il ritmo di ogni giornata, alternando i fondi lenti alle ripetute, per passare ai lunghissimi domenicali; approfitto del tempo per studiare l’altimetria di Reggio, il percorso che affronterò non è dei più semplici, va interpretato nella maniera giusta, grande risparmio nella prima parte dove si incontrano le maggiori difficoltà, ma una volta fatto questo sono possibili ottimi riscontri nel finale in leggera discesa. Il giorno prima si parte direzione Reggio Emilia, questa volta in macchina, ma sempre con i miei due portafortuna al seguito; cerco di non sprecare alcuna energia, di massimizzare la carica agonistica senza estremizzare per non correre il rischio di far diventare questa carica tensione e rischiare di passare la notte insonne.

Quando la sveglia suona poco prima delle sei ho subito guardato la situazione meteo da fuori le persiane della camera, cielo coperto ma non riesco a capire se farà freddo oppure no. Poco male, sposto il consueto interruttore su “maratona ON” ed inizio ad espletare tutte le procedure che ora mi sono note prima di prendere la strada del palazzetto dove consegnerò la borsa.

Sulla linea di partenza incontro tanti amici conosciuti sui forum di corsa, mi chiedono cosa farò: gli vendo un ritmo intorno alle 3 ore ma dentro di me sono certo che sarà SOTTO LE 3 ORE!

Un attimo ed è già ora di entrare nella mia griglia di merito; lo speaker annuncia una partecipazione record di più di tremila atleti, e la confusione di una partenza un po’ strettina (unica pecca per una maratona organizzata in modo encomiabile) mi fa subito capire che dovrò faticare non poco per raggiungere i pacers delle tre ore, vero obbiettivo per la prima frazione di gara.

Il meteo sembra dalla mia parte, niente nuvoloni ed una temperatura più che accettabile visto che siamo quasi a Natale. Quando i bersaglieri intonano l’Inno di Mameli so che ormai è fatta. Allo sparo ho un ritardo di una trentina di secondi sul tempo di gara, ottima cosa anche per riuscire a prendere il premio aggiuntivo per chi finirà la gara con tempo ufficiale sotto le tre ore. I pacers sono leggermente più avanti e corro il primo giro del centro di Reggio ad un’andatura un po’ troppo sostenuta per raggiungerli, ma soprattutto sono preoccupato del continuo zizzagare per evitare di restare imbottigliato nel traffico. Poco prima di ripassare nuovamente sotto l’arco della partenza riesco a recuperare il divario con i miei battistrada. In giro anche se è presto un po’ di gente c’è, ma il calore di Roma, Firenze o anche solo Milano è un ricordo. Qualche applauso, qualche curioso e nulla più. Appena mi accodo ai pacers mi accorgo che il gruppo è abbastanza numeroso, almeno una sessantina di atleti, che vuol dire confusione in corsa. Cerco di rimanere nelle prime file per ascoltare i consigli di chi ci tira. Usciamo da Reggio con un buon ritmo appena inferiore ai 4’ 15” sul quale mi sono allenato. Le gambe sembrano girare bene ed in questa situazione non mi accorgo nemmeno se c’è oppure no vento, una condizione ideale per correre.

Mi lascio portare, il percorso di Reggio non è pianeggiante, è muscolare ma i pacers gestiscono molto bene bisogna riconoscere. So che nella seconda parte se mi rimarranno energie c'è da andare, si può far bene.

Ai 13 km la "salita degli zingari", la prima difficoltà superata con agilità, le gambe sono calde, corro più sciolto che nei primi 10 km; la tappa successiva è il cartello 17 di Montecavolo, fine della prima salita ed inizio di un tratto di discesa e, complice un ritrovato incitamento da parte di un folto gruppo di spettatori, lascio le gambe girare senza sentire troppa fatica.

Si va verso la mezza, le gambe fremono ma la mente dice: PAZIENZA.

Imbavaglio per un momento la mente e lascio libero sfogo al cuore...voglio, voglio, voglio quel mio obiettivo e non intendo rischiarlo al secondo, ho bisogno di un margine e poi le gambe danno segnali molto positivi.

Il passaggio ufficiale alla mezza è in 1:29'19'', ma io so che posso spendere il bonus di trenta secondi acquistato al via.

La media che mi avrebbe portato all'obiettivo era di 4'16'' al km. Dopo la mezza sfruttando anche un po' di discesa (ma si tratta sempre si saliscendi) viaggio tra 4'08' e 4'00'' al km.

Ora arriva il secondo tratto in salita, è l’ultimo, so che superato questo poi sarà solo discesa fino a Reggio. Decido di mollare gli ormeggi ed attaccare, prima mi porto in testa al gruppo, qualche compagno si mette in scia pensando che voglia far fiatare i pacer; invece continuo a spingere e dopo la salita di tre chilometri mi accorgo di essere rimasto solo. Mi giro e vedo il gruppone distanziato di un centinaio di metri.

Prendo fiducia, ora spingo decisamente, non sono assolutamente in difesa: attacco le salite, mi lancio nelle discese recupero amici che trovo lungo il percorso. Aspetto con impazienza quel cartello dei 31 km che segnerà la fine delle asperità: dopo sarà tutta "discesa mentale" fino al traguardo.

Per un momento mi chiedo come mai mi sto esaltando tanto per un traguardo che ho raggiunto già tre volte, ci sono più di cento podisti davanti a me che faranno meglio. Ma non è questo che conta: oggi, dopo tanti chilometri spesi in allenamento, ho trovato il feeling perfetto con la Maratona. Corro per il piacere di correre, soffro per raggiungere il traguardo ed alzare le braccia al cielo.

Mi accorgo solo adesso che non sento più il ronzio del gruppo delle tre ore, ho la certezza di aver raggiunto il mio obbiettivo ma, soprattutto, tanto a Milano l’aver capito che non avrei tagliato il traguardo sotto i 180’ mi ha tagliato le gambe, tanto ora questa consapevolezza mi porta adrenalina, moltiplica le energie residue, riesco a strappare ancora ottimi split e anche l'obiettivo 2:58 diventa mio.

Trentasettesimo, passiamo per l’ultima vera discesa-salita di un sottopasso, nei duecento metri di salita spingo ancora e recupero altre due posizioni, mi accorgo che non ci sono più gruppetti, ma solo dei runners solitari che ambiscono a diventare il mio bersaglio. Li punto, li raggiungo e poi li supero ad uno ad uno. Non guardo più l’orologio, ormai questa maratona non è più una gara contro il tempo. Ora sono io che incitò il pubblico ad applaudire noi corridori, quando affianco un nuovo atleta lo spingo a seguirmi fino all’arrivo.

Do sfogo all’ultimo gel rimasto sperando in una spinta degli zuccheri per il finale per dare tutto quello che mi è rimasto, per non aver rimpianti una volta tagliato il traguardo.

Comincio a contare solo i metri che mi separano dal chilometro successivo, togliendo di volta in volta un chilometro ai quarantadue finali. Sento la fine che si sta avvicinando, e penso… penso agli allenamenti, alla fatica e al sudore lasciati lungo il Sentiero, ai lunghi della domenica, agli incoraggiamenti degli amici, alla voglia di correre quando sei infortunato, alle sfide, ai discorsi monotematici tra runners davanti ad una pizza, alle sveglie della domenica mattina, al freddo dell’inverno e al caldo dell’estate, alle corse in salita, alla dieta per la preparazione, al pranzo post corsa, agli amici che sono a casa e che ci credono più di me, alle sfighe della vita, alle lacrime… occupo la testa e la distolgo dal dolore delle gambe e dalla fatica, e la strada finisce.

Sfilo lungo i vialoni alberati di Reggio riconoscendo le strade che solo ieri ho fatto in macchina; cerco di allungare più che posso negli ultimi mille metri. Ogni tanto una lacrima cerca di farsi avanti al pensiero di riuscire a stare sotto le tre ore, ma la respingo con forza. Ad ogni curva penso di essere arrivato, ma del traguardo nemmeno l’ombra e nemmeno le solite urla di incitamento del pubblico. Una curva, due curve, tre curve, quattro curve e poi finalmente il cartello dei 42 Km e per i restanti 195 metri è solo un trionfo. Cerco di vedere da lontano quanto segna il cronometro sotto la linea di arrivo. E un passo dopo l’altro finalmente è finita: 2h 54’ 51” (2h 55’23’’” quello di gara). Alzo le braccia al cielo e poi, quasi commosso, mi chino a baciare quell’asfalto che tante gioie mi ha regalato; mi rialzo e proseguo verso le ragazze che mi aspettano con le medaglie in mano e lascio che siano loro ad infilarmela, com’è giusto che sia. Mi fermo a guardare il traguardo appoggiato alle transenne e ancora non ci credo.

Ci avevo sperato e ci avevo creduto fortemente, una volta in gara sapevo che ce l’avrei fatta, ma quando arriva la crisi, anche per solo due chilometri, la strada si fa dura, questa è la lezione che ho imparato a Milano. Ora guardando i parziali di gara mi sorprendo nello scoprire che ho fatto la seconda mezza più veloce della prima di oltre tre minuti, gli ultimi sette chilometri corsi costantemente sotto i 4’ al chilometro ma, soprattutto, faccio fatica a credere che ho corso il quarantaduesimo chilometro in 3’35’’. Credo sia stata la maratona migliore che ho corso. E’ stata una maratona diversa da tutte quelle che ho fatto, parecchio dura, non semplice, tecnica. La sofferenza è ogni volta diversa, ma la gioia di tagliare quel traguardo e sapere di avercela fatta è qualcosa che non si riesce poi a dimenticare. E questa volta la mia vittoria la dedico a me, perché questa è stata la mia corsa. La volevo e me la sono portata a casa.

L’ultimo grazie lo do a mia moglie e mia figlia che sono sempre lì ad aspettarmi al traguardo, unica certezza per quarantaduechilometri, a chi mi aiuta in allenamento, a chi ha sempre avuto una parola di conforto e un incoraggiamento, a chi ha sopportato sfoghi e chiacchiere per una corsa andata male, a chi ha capito quanto è importante la corsa per me, a chi non ha mai smesso di dirmi di non mollare. Grazie ancora, perché oggi non mi sono sentito solo, oggi c’eravate anche voi con me.

 

 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Dicembre 2014 22:40
 

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